Chi sostituisce la caldaia con una pompa di calore fa due operazioni in una: cambia il modo di riscaldare e sposta una spesa dal gas all’elettricità. Il fotovoltaico entra in gioco proprio lì, ma non nel modo che ci si aspetta.
Il problema è stagionale
Una pompa di calore consuma soprattutto tra novembre e marzo. Un impianto fotovoltaico al Nord produce soprattutto tra aprile e settembre. Le due curve non coincidono, ed è la cosa più onesta da dire prima di firmare qualsiasi preventivo.
Questo non significa che l’abbinamento non funzioni. Significa che va dimensionato con aspettative giuste: d’estate e nelle mezze stagioni la pompa lavora per raffrescamento e acqua calda praticamente con l’energia del tetto; d’inverno il fotovoltaico copre una parte della giornata, quella centrale, e il resto arriva dalla rete.
Dove si recupera davvero
Su tre fronti. L’acqua calda sanitaria, che si può produrre a mezzogiorno e conservare nel bollitore fino a sera. L’inerzia dell’edificio, cioè far lavorare la pompa nelle ore di sole anche se il fabbisogno arriva dopo, cosa che in una casa ben isolata funziona bene. E la batteria, che sposta qualche ora di produzione verso la fascia serale.
Tutti e tre richiedono che qualcuno decida quando accendere cosa. È il lavoro del sistema di gestione dell’energia: senza, la pompa parte quando il termostato lo chiede, che spesso è la sera, quando il tetto non produce più.
Come dimensionare
Assunzione dichiarata: una casa di 120 m² ragionevolmente isolata, al Nord, con pompa di calore aria-acqua, consuma per riscaldamento e acqua calda tra i 3.000 e i 4.500 kWh elettrici all’anno, che si sommano ai 2.500-3.500 kWh dei consumi domestici. È il motivo per cui, in presenza di una pompa di calore, un impianto da 3 kWp è quasi sempre sottodimensionato e si ragiona da 6 kWp in su, con accumulo.
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Dati verificati: i consumi indicati sono intervalli tipici del segmento residenziale al Nord, dichiarati come assunzione e non come garanzia di risultato.
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